Psycho e l’oggetto cinema

Psycho
Psycho, Alfred Hitchcock (1960)

C’è un film iconico che è diventato il manifesto del cinema stesso. È il caso di Psycho (1960) di Alfred Hitchcock. Quel bianco e nero tagliente, la scena della doccia, il motel isolato: ogni
elemento di questo film ha inciso una traccia indelebile nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema, tanto da attirare l’attenzione di due artisti contemporanei: Gus Van Sant e Douglas Gordon.

Gus Sant
Psycho, Gus Sant (1998)


Nel 1998, Gus Van Sant decide di rifare lo stesso film, inquadratura per inquadratura. Eppure, basta poco per capire che lo stesso non esiste due volte. Il remake, Psycho (1998), è un sogno a occhi aperti: il momento in cui il cinema si guarda allo specchio e scopre di non riconoscersi.
Psycho (1998) è il tentativo di replicare meccanicamente un’opera d’arte. Ma il cinema, come la memoria, non si lascia duplicare. Qualcosa sfugge, qualcosa manca, qualcosa nasce. È proprio ciò che resta fuori, ciò che non si può copiare, a definire davvero cos’è un film. Non la trama, non il gesto, non l’attore, ma l’aria che si respira tra le immagini, il tempo che le abita, lo sguardo che le attraversa.
Nel remake, gli oggetti sembrano gli stessi, ma non hanno più la stessa voce. Il colore riempie lo spazio dove prima c’era l’ombra. I corpi parlano un linguaggio che non è più quello dell’attesa, ma del ricordo. La suspense non punge: galleggia. La violenza si apre a visioni improvvise, quasi oniriche. E il silenzio non ha più lo stesso peso.
Van Sant non copia, osserva. Ricostruisce per capire. Il suo Psycho (1998) è un oggetto impossibile: un doppio perfetto eppure vuoto, abitato da fantasmi. Una macchina che funziona, ma non vibra allo stesso modo. Ed è proprio in questa assenza, in questo sfasamento impercettibile, che nasce il pensiero.

Psycho
24 Hour Psycho, Van Sant (1993)


Nel 1993, cinque anni prima del remake di Van Sant, un altro artista aveva già messo alla prova il corpo di Psycho. Douglas Gordon, con 24 Hour Psycho (1993), prende il film originale e lo espande nel tempo, rallentandolo fino a farlo durare un’intera giornata. Il movimento si scioglie, l’azione evapora, la suspense si trasforma in contemplazione. Non c’è più storia, ma un corpo immobile che respira piano.
Anche qui, Psycho smette di essere film e diventa oggetto. Gordon congela il tempo, Van Sant lo duplica. Entrambi ci pongono davanti a un film che non racconta, ma interroga la propria forma.