PARTHENOPE: “ODI ET AMO” DI SORRENTINO ALLA SUA NAPOLI

Tra mito e simbolismo
Tra le leggende che aleggiano sulle origini di Napoli la più seducente è quella afferente alla sirena Parthenope, incantevole creatura che non riesce a irretire l’astuto Ulisse con il suo canto mortale e per la delusione si uccide. Il suo corpo sinuoso si dissolve dando vita al profilo di terra che si delinea da Capodimonte a Posillipo. Ed è proprio in quest’ultimo posto che il mito s’incarna in una fanciulla partorita in mare negli anni ’50 e battezzata con il nome della sirena.
La giovane Parthenope Di Sangro (Celeste Dalla Porta, al suo debutto cinematografico), che vive con la sua famiglia in una lussuosa magione seicentesca e dorme all’interno di una carrozza reale trasformata in talamo divino, ammalia ogni uomo con disarmante bellezza e spregiudicatezza, incurante di poter sedurre anche il proprio fratello e condurlo sull’orlo dell’incesto. La sua sfrontatezza, fresca sfumatura di giovinezza, si dichiara “nel suo avere sempre una risposta pronta”: un artifizio che la rende di certo più appetibile, ma che cela in realtà un’inquietudine per qualcosa che non si può spiegare in modo adeguato perché è troppo oscuro o forse troppo grande.
Negli anni ’70, in piena contestazione studentesca, decide di studiare Antropologia per indagare, alla luce del monito del suo stimato Professor Marotta (Silvio Orlando) “I giovani vogliono risposte ma non sanno fare le domande giuste”. La ricerca di Parthenope, che si fa più insistente dopo la morte del fratello Raimondo di cui viene incolpata in famiglia (il corteo funebre è un velato omaggio a “L’oro di Napoli”), sembra tendere all’essenza dell’amore, ma in realtà la trascende per vincolarsi piuttosto alla percezione della finitudine e dell’effimero che si inspessisce quando è connessa alla gioventù e alla bellezza, considerati con il senno del poi “solo degli istanti”.
L’incedere di una Venere in cerca di sé stessa diventa l’espediente per raccontare la bellezza e le contraddizioni di una città.

Parthenope non sa fingere, tradita dai suoi occhi tristi scrutati da Greta Cool (Luisa Ranieri), caricatura di un’attempata diva napoletana sul viale del tramonto, che impietosamente la scoraggia dall’intraprendere una carriera cinematografica.
Il monologo di quest’attrice consumata, “Siete vigliacchi, arretrati…Un popolo di disgraziati”, distoglie l’occhio dello spettatore da Parthenope per posarsi sulla città. Ed ecco che la mano di Sorrentino inizia a dipingere l’allegoria di una Napoli degenerata e dissacrante. Il giovane ed elegante mammasantissima, con cui Parthenope ha un incontro sessuale, che lascia denaro nelle mani dei bambini per i vicoli odoranti di povertà e degrado, è il simbolo del male necessario per fare il bene (concetto espresso ampiamente già nel “Divo”).
Un male imperante da sempre, che invece di arretrare ha un nuovo germoglio simboleggiato “dalla grande fusione”, in cui una giovane e indifesa coppia è costretta a procreare dinanzi alle rispettive famiglie mafiose per suggellare il loro patto. Napoli gigionesca, che pur di gridare al miracolo del più famoso sangue liquefatto non esita a simulare, in chiesa, un flusso mestruale in menopausa.
La stessa Parthenope, ormai brillante ricercatrice universitaria, tra le braccia dell’Arcivescovo Tesorone (Peppe Lanzetta), il personaggio forse più iconico, a cui si affida per la stesura di un articolo “sull’impatto culturale degli eventi miracolosi”, diventa l’alter ego della città: una stupenda meretrice, ricoperta solo dal tesoro di San Gennaro, che non teme “le porte chiuse del cattolicesimo” e né la deformità fisica e spirituale alla quale si concede carnalmente in un luogo sacro.
Poi l’allegoria sfuma e Parthenope fugge al Nord per continuare la carriera universitaria, perché per dare un senso alla sua ricerca ha bisogno di “vedere le cose” senza più attingere da quel seno materno che tanto le somiglia. Quando, dopo 30 anni, ritorna nella sua terra in festa per lo scudetto, il suo sorriso maturo e dolce (prestato da Stefania Sandrelli) lascia intendere una pacifica accettazione dell’esistenza come un variopinto ventaglio di possibilità dinanzi alle quali ogni singolo diventa irripetibile.
Era già tutto previsto

Nonostante lo smodato simbolismo, la storia è molto più semplice di quello che si pensi e si chiude in modo prevedibile, come canta Cocciante in sottofondo: certe inquietudini difficilmente sfociano in acque diverse. Così come era prevedibile che quest’opera avrebbe diviso e fatto discutere, come tutte le narrazioni sospese tra il reale e l’onirico, da una parte volutamente ammiccanti, dall’altra forse necessarie per tentare di esprimere “l’indicibile”, ma che hanno comunque bisogno di tempo per essere metabolizzate.
È proprio questo il bello del cinema, al di là degli intenti registici e delle aspettative del pubblico: lasciare libero lo spettatore di sognare e soprattutto di interpretare, perché è proprio la capacità di lettura che decreta la bellezza o bruttezza di un film. Chi si siede su una poltrona per guardare un lavoro di Sorrentino non può evitare di poter essere confuso, disturbato o affascinato, perché a volte si fa amare, altre odiare, proprio come la sua Napoli, ma c’è un fatto indiscutibile: è capace di farti smuovere comunque “un qualcosa dentro” e in questo risiede la sua capacità autoriale, che paradossalmente è più grande nella sua sfaccettatura meno barocca e allusiva…Ma questo è un gusto personale.

Docente d’italiano per stranieri con esperienze nel campo televisivo e pubblicitario come redattrice e copywriter. È autrice di cortometraggi, racconti e testi teatrali. La creatività e la versatilità sono i suoi miglior pregi.
