Diamanti: il nuovo film di Özpetek celebra le donne che pensano di non valere niente, e invece sono tutto

Diamanti
Diamanti (F. Ozpeteck, 2024)

Rumore. È questo che si percepisce durante Diamanti, il nuovo film di Ferzan Özpetek composto da un “vaginodromo” – come lo definisce Geppi Cucciari – ricco di donne (e attrici) che fanno rumore: mentre lavorano, mentre soffrono, mentre amano, mentre litigano, mentre si difendono e si riscattano. Perline che vengono gettate a cascata sulle scale per riprodurre l’eco di un’anima ferita, voci che si sovrastano, urla di rimprovero per imprecisioni commesse dalle sarte, grida per scuotere una sorella che non riesce a reagire, canti a squarciagola per alleggerire il lavoro.

In Diamanti, le donne sono tante, mentre gli uomini sono pochi e sembrano comparse. Viene infranta e capovolta una delle caratteristiche strutturalmente e narrativamente più tipiche dell’industria audiovisiva: questa volta sono gli uomini ad avere ruoli subordinati esclusivamente alle donne, e spesso vengono infastiditi, sessualizzati, messi a disagio.

Siamo negli anni Settanta, a Roma, e la Sartoria Canova – gestita da Alberta (Luisa Ranieri) che, a suo dire, è l’unica a non aver ereditato la debolezza dalla sua famiglia, e da sua sorella Gabriella (Jasmine Trinca), che tende a isolarsi e migrare altrove – è un punto di riferimento per la commissione di costumi per il cinema e il teatro. A scegliere la sartoria Canova per realizzare gli abiti per un film ambientato a metà Settecento è la costumista premio Oscar Bianca Vega (una magistrale Vanessa Scalera), cliente di alto livello per cui servono non uno, ma tanti occhi di riguardo.

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Diamanti (F. Ozpetek, 2024)

La sua presenza è pertanto motivo di tensioni e pressioni, perché alle sarte vengono chieste ore di straordinario e un’infinita attenzione ai dettagli. Bianca porta qualche scompiglio nella vita di tutte, e anche nuovi modi di vedere le cose: in una scena potentissima, Bianca rimprovera la rigidità della crinolina che le sarte hanno preparato per l’abito della protagonista del film e, con il suo fare a tratti veemente, le incita a capire che quell’abito deve rispecchiare a tutti gli effetti la libertà e le scelte di quella donna che, avendo rifiutato un matrimonio combinato in quell’epoca, non si farebbe di certo costringere da un vestito.

Diamanti
Diamanti (F. Ozpetck, 2024)

Perché la libertà femminile passa anche attraverso i vestiti e l’autodeterminazione del proprio corpo e di come esso esiste, si muove e si deve poter muovere. E, sempre il vestito, all’occorrenza diventa anche stratificato e massiccio, capace di porsi come una barriera se chi lo indossa desidera invece protezione e difesa.

Eppure, persino in una personalità decisa, consapevole, decostruita e addirittura premiata come Bianca, di fronte alle critiche e alle pretese del regista, emerge la sindrome dell’impostore, affiorano malvage quelle insicurezze e quelle voci nella testa che urlano che non vali niente, che non sai fare niente, che è un caso fortuito il fatto che tu sia lì: sei stata smascherata, le tue capacità e le tue competenze sono inesistenti.

E mentre Bianca cede e non si sente all’altezza, è proprio Gabriella a farsi toccare di più da quella fragilità e a dire che noi donne siamo niente e siamo tutto. Per tutta la durata del film, vediamo Gabriella faticare a parlare e a concentrarsi: eppure, il suo silenzio (dovuto a un lutto straziante) rimbomba, perché il rumore a volte non è solo chiasso, si sente di più se non è esibito. È Gabriella che, aprendo nervosamente una caramella, fa involontariamente nascere una meravigliosa idea per un vestito ed è lei che riesce a far collaborare tutte le sarte per creare, a insaputa di sua sorella, l’abito rosso che, per tutto il film, si cerca di perfezionare.

Diamanti, oltre a celebrare il mondo femminile sotto ogni aspetto, naturalmente anche in quello più scomodo, celebra anche tutte le persone che lavorano dietro le quinte del cinema e che aiutano gli attori a entrare davvero nei personaggi, in particolare dà spazio ai costumisti e all’arte sartoriale. La co-presenza e la sensazione di rappresentare costantemente un insieme, – composto da personalità diverse, ma pur sempre un insieme – è indubbiamente centrale, e questo si riflette anche nella “pienezza visiva” del film e nelle sue scene quasi sempre corali.

Spesso si è in molti, forse in troppi, e si sta stretti negli spazi delle inquadrature. Spazi condivisi, talvolta troppo piccoli o ricchi di oggetti, bottoni e stoffe per riuscire a contenere i dolori di tutte: ed è proprio in quei momenti che emerge quella collettività, il noi, la sorellanza. Se siamo in troppe, ci si stringe, ma nessuna rimane fuori. Anche se, come dice Nina (Paola Minaccioni), sembriamo formiche che non contano niente, tutte insieme invece siamo invincibili. E infatti Fausta (Geppi Cucciari) non si scorda mai di telefonare a Nicoletta (Milena Mancini), vittima di violenza domestica, per chiederle se le servono i bottoni rosa o i bottoni blu, parole in codice per sapere se sta bene o se ha bisogno di aiuto.

Anche in questo film, Özpetek si conferma il maestro del ritrovo e del convivio. Stare insieme mentre si mangia (nelle pause pranzo delle sarte, negli incontri al ristorante con i parenti, nella tavolata per l’anniversario della sartoria, nelle scene metacinematografiche in cui Özpetek stesso riunisce le attrici per leggere il copione) è elevato per eccellenza a emblema dei rapporti umani e si manifesta sia come spazio fisico di unione sia come testimone dell’intreccio di relazioni, confidenze e sorprese. Non a caso, l’elemento di connessione che si prende cura di tutte e ha sempre una parola o una carezza di conforto per loro è Silvana (Mara Venier), a cui non sfugge nulla, soprattutto se si tratta di un pasto mancato.

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Diamanti (F. Ozpetck, 2024)

Dedicato a tre dive del cinema italiano, Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti, Diamanti riesce anche nell’intento di onorare il ricordo di chi non è più tra noi (ma solo fisicamente), in questo caso la madre delle protagoniste, che però aleggia eterea nelle vesti di una straordinaria Elena Sofia Ricci mentre cammina per le stanze di quella sartoria che ancora non esisteva ed era solo una palazzina vuota. Ma quella sartoria non è altro che il cinema, un’arte che ci permette di essere noi stessi, di vederci rappresentati, di essere un noi, di ricordare chi c’è stato prima e di fare il possibile per renderlo orgoglioso di noi.