Da indossare, da ammirare: l’incontro tra GEM Montebello e l’estro di artisti italiani ed internazionali.
Personalità di spicco nella gioielleria italiana del secondo Novecento, Giancarlo Montebello e la consorte Teresa Pomodoro – sorella degli scultori Arnaldo e Giò – ebbero un impatto decisivo sulla scena artistica internazionale degli anni Sessanta e Settanta.
Nato a Milano nel 1941, Montebello frequentò la Scuola superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco e, nei primi anni Sessanta, collaborò con la coppia di visionari progettisti composta da Dino Gavina e Maria Simoncini; frequentando il loro studio milanese, entrò in contatto con numerosi artisti ed artigiani, scoprendo una nuova passione, quella per il design di gioielli. Nel 1967, congiuntamente a Teresa Pomodoro, fondò la compagnia GEM Montebello, con sede a Milano in via Lamarmora 15, che supervisionava i processi produttivi di gioielli in edizione limitata disegnati da artisti affermati. Il progetto Montebello divenne una deviazione sperimentale, e talvolta persino apertamente sentimentale, nelle biografie creative di molti dei protagonisti delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie. In un settore che, a partire dagli anni Sessanta, anche grazie all’introduzione di nuovi materiali come la bauxite e le leghe metalliche, si apriva al mercato di massa, GEM Montebello optava per la realizzazione di manufatti in grado di esaltare pienamente i valori dell’artigianalità e della creatività, pur prendendo le distanze da quel macrocosmo borghese e conservatore di cui il gioiello era stato simbolo sino alla metà del secolo. Così, tra il 1967 ed il 1978, Montebello si trovò a collaborare dapprima con alcuni tra i maggiori esponenti dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, tra cui Lucio Fontana, Pietro Consagra e Piero D’Orazio, e successivamente con varie personalità di spicco della scena internazionale, tra cui Man Ray e Niki de Saint Phalle.

Tra le più fruttuose collaborazioni di GEM Montebello è impossibile non citare quella con l’artista dadaista e surrealista Man Ray. Nato nel 1890, fu un pioniere assoluto dell’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito artistico, sperimentando con la fotografia e con la video arte. Eccentrico e anticonformista, Man Ray, che nella sua carriera si interessò in varie occasioni di moda intesa come potente medium espressivo, entrò in contatto con Montebello durante un soggiorno del gioielliere a Parigi nel 1970. I due diedero vita ad un duraturo sodalizio personale e professionale, che si protrasse sino alla morte dell’artista nel 1976. Dalla folgorante sinergia tra il surrealista ed il gioielliere nacquero creazioni stupefacenti, tra cui gli orecchini Pendantif Pendant (1970) (fig. 1), ispirati alla controversa scultura Dada Lampshade del 1919, la maschera Optic Topic (1972) (fig. 2) e l’anello Le Trou (1970) (fig. 3), tutti realizzati in un limitatissimo numero di esemplari, in modo da preservarne l’integrità artistica. La loro profonda amicizia fu l’imprescindibile condizione alla base di una radicale ed inedita esplorazione degli ideali surrealisti attraverso la gioielleria. L’esito più iconico della straordinaria collaborazione tra Man Ray e Montebello coincise certamente con la maschera Optic Topic: il surrealista, notoriamente amante dei motori e della velocità smodata, si ispirò agli occhiali da corsa dei piloti degli anni ’30 per dare vita ad un oggetto che, in linea con la poetica dell’avanguardia, alterasse la percezione visiva e la relazione tra il tangibile e l’immaginario. L’idea di sovvertire i rapporti tra il reale e l’onirico sottostà all’intera produzione di preziosi di Man Ray: ci basti pensare all’emblematico spioncino dell’anello Le Trou, vera e propria trappola percettiva in grado di snaturare e deformare i confini dell’esistente. La collaborazione tra Montebello e Man Ray mise in luce la genialità delle soluzioni pratiche proposte dal progettista, spesso posto dinnanzi a stimolanti sfide. Il dato appare evidente per quanto concerne il processo creativo alla base della realizzazione dei celeberrimi Pendantif Pendant. Per ovviare alla problematica dell’ingente peso dei pendenti, in oro 18 carati e della lunghezza di più di 13 cm, Montebello ideò un inedito e funzionale espediente: un meccanismo specifico consentiva di indossarli intorno al padiglione auricolare, anziché appesi al lobo come i tradizionali orecchini.


Di particolare interesse nell’ambito dell’attività di Montebello fu la relazione professionale con Niki de Saint Phalle. L’artista francese, conosciuta in occasione del Festival del Nouveau Realisme del 1970 attraverso un’amica comune, la pittrice e poetessa Fausta Squatriti, si rivolse a Montebello per la creazione della sua prima linea di gioielli in oro, dalle forme antropomorfizzate e dal colorismo sgargiante. I collier luminosi e smaltati di Niki de Saint Phalle, con corpi imperfetti gioiosamente smembrati (fig. 4) o con figure bulbose che si trasformano in eccentrici ciondoli, puntano alla sovversione dell’immaginario canonico del corpo femminile. Da modella di LIFE e Vogue ad artista, Niki de Saint Phalle lotta, per l’intero arco della sua carriera, contro l’idea conformista di bellezza costruita dall’industria della moda, in linea con le posizioni dei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta. In un’intervista del 2017, Montebello fa riferimento all’estrema complessità di realizzazione dei ramificati progetti dell’artista francese: la smaltatura richiedeva una cottura a temperature diverse per ogni colore, con il rischio costante di crepe o deformazioni. Ogni creazione necessitava la maestria dei più abili artigiani e mesi di meticoloso lavoro per essere perfezionata. Montebello, con i prototipi in diverse fasi, faceva la spola tra Milano e Parigi, dove risiedeva Saint Phalle, che si dimostrò, a detta del designer, una «collaboratrice appassionata». Tramite l’esplorazione della forma umana nei suoi gioielli, Saint Phalle non solo diede voce alle sue idee femministe, ma si impose anche come una delle rare artiste donne del ventesimo secolo a conquistare fama e riconoscimento in un mondo dell’arte prevalentemente maschile, veicolando messaggi rivoluzionari tramite l’utilizzo di un ampio ventaglio di media.

Per quanto riguarda il contesto artistico italiano, di assoluta rilevanza fu la collaborazione tra GEM Montebello e Pietro Consagra, da cui nacque, nel 1969, un’intera collezione di ornamenti per il viso e per il corpo, concepiti come sculture da indossare e realizzati in argento, oro, corallo e pietre preziose. L’artista originario di Mazara del Vallo approdò al gioiello nell’immediato secondo Dopoguerra: le sue prime creazioni furono realizzate a Roma nel 1947, anno di costituzione del gruppo Forma 1, in collaborazione con gli acclamati fratelli Fumanti e con il gioielliere Massenza. Consagra affidò alcuni dei suoi più cruciali messaggi ad opere plastiche indossabili, che divennero espressione di ideali ed inediti stili di vita. In un momento di grande fermento socioculturale, prima della fondazione nel 1970 di Rivolta femminile, in cui Carla Lonzi, all’epoca compagna dello scultore, fu una delle iniziatrici dell’autocoscienza e dell’affermazione della differenza sessuale, l’artista siciliano realizzò ornamenti per il viso e il corpo in grado di oltrepassare la mera finalità estetica. Si tratta di maschere che conferiscono un nuovo e fantasioso aspetto al volto, alludendo alla rivolta della donna contro gli stereotipi a lei affibbiati dalla società maschile, alle soglie di una provocazione dai risvolti ironici e sarcastici. Come scrive lo stesso artista in Vita mia, autobiografia del 1980:
Progettai “maschere” d’argento che portavano davanti alla bocca una asticella orizzontale che funzionava come linguaggio muto per frustrazione, come morso per recitare obbedienza. Era un convivere e un incontrarsi politico con Carla Lonzi. Le maschere perciò non erano soltanto ornamentali.

La collezione di maschere-gioiello di Consagra, in cui spiccano creazioni uniche ed irriverenti quali la Maschera in oro bianco (figg. 5, 8), il Morso in oro e corallo (fig. 6), l’Ornamento per sopracciglio in oro rosso e bianco e l’Ornamento per ombelico con Cache-sexe separabile (fig. 7), venne affidata all’obiettivo di Ugo Mulas, che scelse per le sue fotografie una delle più celebri modelle della scena italiana di quegli anni, Benedetta Barziani. Reduce da un frenetico lustro a New York, dove fu musa ispiratrice di Salvador Dalì, Richard Avedon ed Andy Warhol, nel 1968, delusa dall’oggettificazione del corpo femminile perpetrata nel mondo della moda, Barzini tornò in Italia, dove, avvicinandosi a Lonzi, si convertì al femminismo radicale e al marxismo. La sua totale comunione d’intenti con Mulas e Consagra la rese il volto ideale per una campagna entro cui la dimensione estetica convive apertamente con una chiara valenza ideale e sociale.


Laureata in Storia e Critica dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano, è oggi assistente di galleria nell’effervescente panorama culturale milanese. Da sempre immersa nel mondo dell’arte, le sue indagini si focalizzano sull’evoluzione dei linguaggi artistici dall’epoca moderna fino a oggi.
