Corpi, desideri e la geometria de conflitto: Challengers

L’Arte della Battaglia e del Desiderio
C’è qualcosa di profondamente viscerale in Challengers. Luca Guadagnino non sta solo raccontando una storia di tennis; sta mettendo in scena un’arena dove il desiderio e la competizione si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Qui, vincere o perdere non significa solo alzare un trofeo: significa reclamare il possesso di un’altra anima. Art, Patrick e Tashi non sono solo giocatori: sono avversari in una guerra silenziosa, incatenati da una tensione che non si allenta mai. Guadagnino non filma una semplice partita: filma il corpo umano come un campo di battaglia, dove ogni muscolo teso racconta una storia di desiderio e ossessione.
Il Corpo: Il Campo di Gioco Definitivo
Il tennis in Challengers non è mai solo uno sport. È una danza di potere, un rituale tribale mascherato da competizione moderna. Guadagnino scruta i corpi come un antropologo: ogni respiro trattenuto, ogni goccia di sudore che cade sulla pelle racconta più della sceneggiatura stessa. Ogni colpo non è solo un gesto atletico, è una dichiarazione d’intenti. La macchina da presa non si limita a osservare: divora. Ogni cambiamento di postura, ogni passo avanti o indietro è un nuovo capitolo di una storia in cui il linguaggio del corpo parla più forte delle parole.
Tashi, La Burattinaia

Zendaya incarna Tashi con una precisione quasi letale. Lei non si limita a esistere nella storia, lei la domina. Non con gesti eclatanti, ma con sguardi, silenzi, attese. Guadagnino costruisce attorno a lei un’aura quasi mitologica: non una regina guerriera, ma un’abile stratega che non ha bisogno di impugnare un’arma per vincere la guerra. Tashi non comanda, suggerisce. Non forza, attira. Guarda i due uomini distruggersi a vicenda, con un misto di affetto e calcolato distacco. Lei non è una vittima di questa rivalità: ne è l’architetta.
Tempo e sospensione un loop senza fine
Luca Guadagnino rifiuta la narrazione lineare, scegliendo invece un flusso temporale che rimbalza avanti e indietro come una pallina da tennis che attraversa il campo. Il tempo in Challengers non segue un ordine naturale; si piega e si avvolge su se stesso. Ogni attimo nel film sembra un’eco del precedente, un ciclo infinito che richiama la ripetizione. La colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross accompagna questa danza, con un battito pulsante e irregolare che sembra sempre sull’orlo di esplodere, mentre i personaggi lottano con i loro desideri e le loro frustrazioni.
E poi c’è la partita. In genere, siamo abituati a pensare al tennis come a una storia che inizia, si sviluppa e si conclude con un vincitore. Ma Guadagnino ha altri piani. La partita in Challengers non finisce mai davvero. Non c’è un colpo decisivo, non c’è una chiusura. È un gioco che si ripete all’infinito, uno sport che va ben oltre le sue regole, che non è mai solo una questione di vittorie e sconfitte. Il tennis in questo film diventa un simbolo, una metafora di qualcosa che non si risolve mai completamente: il conflitto interiore, la rivalità, la passione, e soprattutto, il desiderio che muove i personaggi.

La sospensione del tempo, la ripetizione costante del gioco, mi ha fatto pensare a un altro film, un classico che Guadagnino sembra omaggiare, Blow-Up di Michelangelo Antonioni. In quella pellicola, la partita di tennis è una delle tante scene che non sono mai del tutto ciò che sembrano. È un gioco senza significato, privo di vera competizione, come se il tempo stesso fosse fermo. Antonioni, con la sua maestria, cattura una realtà in cui nulla sembra avere una fine chiara. Le palle che volano da un lato all’altro sono simili alle immagini che Guadagnino ci offre: una spirale di momenti sospesi, nei quali la risoluzione è un’illusione. Nel tennis di Blow-Up, come in quello di Challengers, non c’è un vincitore definitivo. La partita non si conclude mai; continua, eterna, come la lotta che avviene all’interno dei cuori dei protagonisti.
La Ricongiunzione Finale
E così, eccoli lì: sudati, esausti, sul campo, con la palla che rimbalza avanti e indietro. Un colpo dopo l’altro, un punto che non arriva mai. Patrick osserva Art, Art osserva Tashi, e in quello sguardo c’è tutto—il passato, il desiderio, il rimpianto. La partita potrebbe finire con un vincitore, certo. Potrebbe chiudersi con un colpo spettacolare, un’esultanza, una caduta drammatica a terra. Ma sarebbe troppo semplice. Troppo netto.
Invece, Guadagnino lascia che il gioco continui, che i tre restino bloccati in quel movimento perpetuo, in quel punto infinito dove nessuno vince davvero e nessuno perde del tutto. Perché non è mai stato solo tennis, dopotutto. È sempre stato loro tre, incastrati l’uno nell’altro, incapaci di smettere di giocare.

Ambra Lupini è artista e regista con una formazione in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e in Regia del documentario al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha esposto i suoi lavori presso Macro Testaccio di Roma, Wanted Clan di Milano e partecipato a festival come Short Theatre, Visioni Italiane, Sole e Luna doc e Giornate degli Autori.
