A Complete Unknown: il mistero di Bob Dylan a suon di chitarra elettrica

Bob Dylan

C’era un ragazzo trasandato negli anni ’60 vestito sempre allo stesso modo, un cappello sulla testa a tenere fermi i ricci ribelli e la sua inconfondibile chitarra che accompagnava il modo di fare di chi non deve mai chiedere nulla. Il tipico artista con qualche spicciolo in tasca in cerca di fortuna o di far vibrare le corde di una rivoluzione musicale che da lì a poco avrebbe portato il suo nome: Bob Dylan. Il ragazzo diciannovenne del Minnesota che un giorno è arrivato nel West Village, ha scritto e suonato una canzone davanti al suo idolo Woody Guthrie e ha iniziato la sua ascesa un passo alla volta. Testo dopo testo. Un pezzo di storia personale tra una riga e l’altra. Ma come di consueto, l’anticonformismo che plasma un artista viene a galla non appena il successo lo attraversa come un fiume in piena e in quattro anni il movimento folk lascia il posto al rock a suon di chitarra elettrica. L’etichetta da Festival del Folk è un lontano ricordo. Bob Dylan diventa la leggenda, gli occhiali scuri a incorniciare la verve controversa di uno dei cantautori più conosciuti nella storia della musica internazionale.

Storia, cultura e musica folk-elettrica per Timothée Chalamet

A Complete Unknown

Quattro anni. Dal ’61 al ’65. I quattro anni di ribellione musicale per Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, prima di imboccare la svolta elettrica nella sua carriera. Esattamente come cita il titolo della biografia scritta da Elijah Wald da cui è tratto il biopic A Complete Unknown, Dylan Goes Electric!

Cosa è successo in quegli anni? Tensioni militari fra Stati Uniti e URSS, la marcia su Washington per il lavoro e la libertà, l’assassinio del Presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Sul piano artistico, nel 1963 Bob Dylan cantava Blowin’ in the Wind, la canzone dal contenuto pacifista che il pubblico acclama a gran voce. Il testo-bandiera degli Stati Uniti d’America intonato dalle generazioni per risvegliare le coscienze testimoni di tante rivoluzioni, non solo politiche. Una di queste è proprio la musica, ma non una qualunque: la musica folk, il movimento che dà libero sfogo all’interiorità umana senza mezzi termini. Libera, come l’indole del chitarrista con un’armonica sulla bocca che ha indossato a pieno titolo il genere e lo ha trasformato in una (anti)convenzione, sconosciuta eppure tanto sovversiva.

«Quante strade deve percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?»

Cantava Il Completo Sconosciuto nella sua Blowin’ in the Wind. E quale precisione ha avuto il versatile Timothée Chalamet a interpretare e suonare personalmente tutte le canzoni del film con la chitarra acustica ed elettrica, insieme all’armonica immancabile per Dylan. Incarnando senza troppi giri di parole il grande autore famoso che fino alla fine ha avuto il coraggio di sfidare gli stereotipi, ribellarsi agli ideali, suonare quel 25 luglio 1965 davanti a un pubblico compulsivo che non smetteva di lanciare oggetti solo perché non riusciva a capire chi avesse davanti. Eppure è stato sempre quel ragazzo trascurato Bob Dylan, artista ostinato, ambiguo, amico sofferente del popolo che ha scelto sé stesso, la sua musica, la sua velleità senza un briciolo di rimpianto.

Bob Dylan

James Mangold, a sua volta autore poliedrico tra i generi cinematografici più disparati, ha portato avanti con tanta dovizia un altro frammento di vita ambientato sullo sfondo musicale, come aveva già fatto con Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line, incentrato sulla storia del giovane cantante Johnny Cash, altra icona americana. E per quanto si possa pensare che A Complete Unknown sia giusto qualche scena più lunga con pochi momenti calanti nella narrazione audiovisiva, Mangold non ci ha deluso per niente.

VOTO: 7.5/10